UE–Mercosur: cosa cambia davvero con il “patto” che riapre il grande asse Europa–Sud America

Il dossier UE–Mercosur – una delle trattative commerciali più lunghe e controverse della storia recente dell’Unione – è tornato improvvisamente al centro dell’agenda politica europea. Il 9 gennaio 2026 gli Stati membri UE hanno dato il via libera alla firma dell’accordo con il blocco sudamericano (Mercosur), aprendo la strada alla firma formale prevista il 17 gennaio 2026 in Paraguay. Ma la partita non è ancora chiusa: serve ancora il passaggio del Parlamento europeoe, su alcuni capitoli, potrebbero entrare in gioco anche le ratifiche nazionali.

Il risultato è un “patto” politicamente enorme: da un lato promette un salto di qualità nei rapporti economici tra due aree che sommate rappresentano centinaia di milioni di consumatori; dall’altro spacca l’Europa, soprattutto lungo la frattura tra interessi industriali/export e preoccupazioni agricole-ambientali.

Che cos’è (in concreto) questo accordo

L’accordo UE–Mercosur è un’intesa ampia (commerciale e di partenariato) pensata per ridurre dazi e barriere, definire regole comuni e aumentare prevedibilità per le imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico. In termini pratici:

  • per molte filiere europee l’obiettivo è abbassare o eliminare dazi che oggi penalizzano l’export verso Sud America (macchinari, componentistica, chimica, farmaceutica, trasporti, beni industriali);
  • per il Mercosur l’interesse principale è ampliare l’accesso al mercato UE in settori dove è competitivo (agroalimentare e materie prime), spesso tramite quote e regimi preferenziali.

 

La Commissione europea, nel motivare il passaggio politico di inizio 2026, ha sottolineato l’impatto economico potenziale dell’intesa: stima una crescita dell’export UE verso Mercosur fino a circa 50 miliardi di euro entro il 2040(con crescita più contenuta dell’export Mercosur verso UE).

Perché arriva adesso: geopolitica e “de-risking”

Il timing non è casuale. Nelle ricostruzioni di stampa, la spinta a chiudere deriva anche da una lettura geopolitica: in un mondo più frammentato, l’UE prova a:

  • diversificare mercati e forniture (riducendo dipendenze e vulnerabilità);
  • consolidare legami con l’America Latina anche come risposta indiretta alla competizione globale (e al peso crescente di altri attori economici nella regione).

Questa cornice è stata citata esplicitamente anche in analisi e coperture internazionali che collegano l’accordo alle scelte europee di “resilienza” commerciale.

I punti più contestati: agricoltura, standard e ambiente

Qui sta il cuore della polemica. La reazione più dura in Europa arriva dal mondo agricolo, con proteste e mobilitazioni in più Paesi. In Irlanda, ad esempio, migliaia di agricoltori sono scesi in piazza temendo che importazioni più competitive (in particolare alcune produzioni zootecniche) possano comprimere i margini delle aziende europee, già sottoposte a standard e costi più elevati.

Le obiezioni ricorrenti sono tre:

  • Concorrenza “asimmetrica”: timore che prodotti importati non rispettino lo stesso livello di vincoli sanitari, fitosanitari e di benessere animale applicati in UE.
  • Rischio di pressione sui prezzi: l’aumento dell’offerta potrebbe tradursi in una discesa dei prezzi interni, colpendo soprattutto allevamenti e aziende medio-piccole.
  • Impatto ambientale (deforestazione / emissioni): timore che l’accordo incentivi espansioni agricole in aree sensibili e renda più difficile allineare commercio e obiettivi climatici.

 

Non a caso, Francia, Irlanda, Polonia, Austria e Ungheria risultano tra i Paesi apertamente contrari (con il Belgio astenuto), mentre la maggioranza ha sostenuto il via libera alla firma.

Le “contromisure” UE: clausole di salvaguardia e protezione dei settori sensibili

Proprio per disinnescare la contestazione interna, nelle ultime fasi l’UE ha messo sul tavolo strumenti aggiuntivi. Un tassello chiave è il lavoro sulle salvaguardie bilaterali: a dicembre 2025 Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto un’intesa provvisoria su un regolamento collegato alle protezioni per l’agricoltura, che dovrà essere formalmente adottato.

In parallelo, la Commissione ha insistito su controlli, meccanismi di intervento e misure per rendere gestibile l’impatto sui comparti più esposti, presentando il pacchetto come un compromesso tra apertura commerciale e tutela del modello agricolo europeo.

L’Italia: sostegno con “condizioni” e attenzione al made in Italy

Nel voto politico che ha sbloccato la firma, l’Italia si è collocata tra i sostenitori dell’accordo, ma con una narrativa molto prudente: sì all’apertura di mercato, purché arrivino garanzie per le filiere agricole e per la qualità/controlli. È un equilibrio tipico del dibattito italiano:

  • opportunità per export industriale e per molte PMI della meccanica, impiantistica, automazione e componentistica;
  • pressione competitiva su alcune filiere agroalimentari (e forte sensibilità politica sul tema).

Questa posizione “pro-accordo ma vigilante” è emersa anche nel racconto dei media internazionali dopo il via libera UE.

Cosa succede adesso: firma non significa entrata in vigore

È il punto che spesso genera confusione: il via libera alla firma e la firma stessa non coincidono con l’applicazione piena.

I prossimi passaggi chiave sono:

  • firma formale
  • voto del Parlamento europeo, dove l’opposizione promette battaglia
  • eventuali passaggi ulteriori di ratifica/implementazione a seconda della struttura giuridica finale dell’intesa.

 

In altre parole: il “patto” è entrato nella fase decisiva, ma resta politicamente esposto e non è impossibile che tempi e modalità di entrata in vigore subiscano ancora frizioni.

Perché questo accordo è uno spartiacque (anche se contestato)

Se ratificato, l’accordo UE–Mercosur diventerebbe un segnale molto forte: l’UE sceglie di difendere l’apertura commerciale come leva economica e geopolitica, ma lo fa in un contesto in cui una parte importante dell’opinione pubblica (e del mondo agricolo) chiede “mirror clauses”, controlli, reciprocità vera.

La domanda che resta sul tavolo è meno “commercio sì o no”, e più: che tipo di globalizzazione vuole l’Europa? Una globalizzazione basata solo su prezzi e volumi, o una basata su standard, tracciabilità e sostenibilità verificabile. La risposta, realisticamente, passerà dal Parlamento europeo e dalla capacità della Commissione di dimostrare che le salvaguardie non sono solo un allegato, ma un meccanismo attivabile e credibile.

Parliamone. Let’s talk about it.

 

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